Ted Chiang: “Scrivere fantascienza è fare politica”

Ted Chiang: “Scrivere fantascienza è fare politica”

Ted Chiang: “Scrivere fantascienza è fare politica”

Parla lo scrittore americano considerato l’erede di Bradbury. “Chi immagina mondi alternativi svolge una funzione progressista”

“Finalmente la fantascienza, per noi scrittori, non è più un marchio d’infamia”. Combinate l’attitudine all’affresco politico di Ray Bradbury, l’immaginazione applicata alla scienza di Arthur C. Clarke, la capacità di creare universi di Isaac Asimov ed ecco a voi Ted Chiang, americano di Port Jefferson, 52 anni e una laurea in informatica, autore poco conosciuto qui in Italia ma adorato, nel resto del mondo, da critici letterari e appassionati di fantascienza. Il rapporto tra fantascienza e politica (termine inteso nel senso più vasto) non è facilmente liquidabile, come ancora vorrebbero alcuni, affermando che le due cose non hanno nulla in comune e che sostenere il contrario sarebbe pretestuoso. La faccenda andrebbe posta nei seguenti termini: ogni storia di science fiction descrive un universo di fantasia (solitamente collocato nel futuro e comunque correlato all’ambito scientifico-tecnologico); pertanto l’autore, che deve costruire ex novo scenari sociali e personaggi, compirà inevitabilmente scelte di campo. Esse rifletteranno ovviamente la sua visione del mondo: saranno ‘anche’ scelte politiche. Ciò, nel testo, potrà risultare espresso in modo programmatico oppure inconsapevole, risultare ben evidente o celato tra le righe, ma non sarà facile sfuggire a queste forche caudine. Sotto tale aspetto, quand’anche l’autore decidesse di escludere scientemente ogni problematica sociopolitica ricadrebbe in una scelta ‘politica’.

Nel noto saggio Le metamorfosi della fantascienza (Il Mulino, 1985) Darko Suvin rintracciava le origini della science fiction nel racconto utopistico. Se l’utopia è “l’inversione estetica di aspetti significativi e salienti del mondo dell’autore”, scriveva Suvin, “il suo scopo è il riconoscimento del fatto che l’autore – e il lettore – vivono effettivamente in un mondo assiologicamente invertito (…) L’utopia esplicita ciò che [invece] la satira implica”. Parole ben trasparenti: nel Dna e nel sangue della fantascienza esistono insomma tracce dei vari Moro, Bacone, Rabelais, Swift, e di altri autori sulla stessa linea, dell’Ottocento e Novecento.

Nelle pagine de La fantascienza (CELT, 1962) Lino Aldani sosteneva a sua volta che la narrativa di cui trattiamo è “capace di porre il lettore, attraverso l’eccezionalità della situazione, in un diverso rapporto con le cose.” Non veniva sfiorato specificamente l’ambito della politica, tuttavia si deduceva una caratteristica della science fiction, che essa cioè fosse idonea a collegare in un suo modo particolare il letterario all’extraletterario: pertanto a suggerire riflessioni, critiche dell’esistente.

D’altro canto la fantascienza appare oggi, tranne rare eccezioni, ‘la’ letteratura potenzialmente capace di raccontarci i temi che ci stanno cambiando, e ancor più ci cambieranno: nuove telecomunicazioni, nuovi comportamenti legati all’avvento delle reti, globalizzazione, ogm, ingegneria genetica, astronautica, connubio tra naturale e artificiale, cyborghizzazione dell’uomo, armi di sterminio, guerre ‘intelligenti’, dissesti dell’ambiente, centri occulti di potere, grandi trasformazioni geopolitiche, e così via.

L’antologia Il futuro nel sangue vede la luce dopo una gestazione abbastanza rapida. L’evento, va detto, appare abbastanza insolito per più d’un motivo. Il mercato editoriale tende sempre più a emarginare la narrativa breve, il ‘racconto’; peraltro anche una larga fascia di lettori, per non dire anche di alcuni autori, vede in questa forma espressiva qualcosa non di autonomo ma di inferiore, insomma romanzo fallito o esito di chi non sia capace di navigare in acque più vaste (con buona pace dei vari Cechov, Carver, Maupassant, Calvino, Borges, Kafka, Hemingway, Poe, Buzzati…) La stessa fantascienza ormai trascura la narrativa breve, travolta da ondate di cicli narrativi e ‘cicloni’ sterminati, e nonostante che varie migliaia di short stories nei decenni siano state il suo vero humus, l’ossatura sulla quale il genere ha variato e rinnovato con incredibile creatività, quasi darwinianamente, i suoi temi. Va aggiunto che da qualche tempo si assiste a un appannamento delle caratteristiche “forti” del genere, tra cui appunto la sua vocazione “politica” o di riflessione e proiezione di tendenze socioculturali in atto.